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La Signora delle Ninfee

di: Cristina Marchegiani, conservatore delle civiche collezioni archeologiche, Asti

All’inizio del XX secolo, verosimilmente tra il 1900 e il 1903, il costituendo Museo Civico Generale in Palazzo Alfieri si arricchì del nucleo di oggetti egizi comperati dal Conte Leonetto Ottolenghi. Possiamo immaginarci lo stupore e l’interesse dei visitatori astigiani che si aggiravano tra le vetrine, incuriositi e forse un po’ spaventati dalle due mummie all’interno dei loro sarcofagi…

Quello che certo non sapeva Leonetto Ottolenghi era di aver acquistato per la sua “diletta città” una rara tipologia di sarcofago femminile. Pochissimi, sette, e tutti femminili sono i sarcofagi con copricapo decorato da motivi floreali ad oggi conosciuti.

Le più recenti e sofisticate indagini svolte sul sarcofago e sulla mummia nell’ambito del progetto Signora delle Ninfee hanno permesso di ricostruire frammenti di vita della più esotica ed antica ospite dei musei astigiani, e di ipotizzarne altri.

Lo splendido sarcofago fu l’ultima dimora di una donna non povera che con ogni probabilità visse a Tebe o in un luogo vicino alla capitale del Nuovo Regno, tra la XXI (1070-945) e la XXII dinastia (945-715).

Morì relativamente giovane, tra i 30 e i 35 anni. In vita le capitò qualcosa di grave, un incidente o comunque un evento traumatico che le causò la perdita quasi totale dei denti dell’arcata superiore e serie lesioni ossee al volto. Sopravvisse, ma quanto influì sulla sua vita di giovane donna la perdita dei denti e la lesione che le lasciò un’evidente asimmetria leggibile nella ricostruzione del volto stesso? Le analisi ancora in corso permetteranno di risolvere questo cold case dell’antichità?

Non conosciamo il suo nome né i suoi titoli; le iscrizioni presenti sul sarcofago corrispondono a generiche formule funerarie, lasciando in ombra  identità e ruolo ricoperto in vita dalla defunta.

Possiamo però affermare che conoscesse la raffinata moda femminile introdotta dalle dame di corte del Nuovo Regno, abiti finissimi di lino plissettato e importanti ed elaborate acconciature con cui, immaginiamo, amasse ornarsi quando partecipava a feste e cerimonie religiose.

Gli elaborati copricapi e i gioielli-amuleto che era solita indossare sui candidi e sensuali abiti di lino li ritroviamo nella decorazione dipinta del suo sarcofago, il Neb Ankh – possessore di vita nella terminologia egizia. Un grande collare-pettorale usekh, collana a più giri composta di metallo, paste vitree e pietre dure con due fermagli laterali a testa di falco, unito ad una ghirlanda di fiori decora la parte superiore. Il bellissimo e dolcissimo viso, impreziosito dal prezioso blu egizio, è ornato da una parrucca con nastri, fettucce colorate, boccioli rossi e grandi fiori: ninfee bianche (nymphaea lotus) sulle bande laterali e ninfee azzurre (nymphaea cerulea) sulla fronte, diffusissime nell’Egitto faraonico e coltivate anche artificialmente in appositi stagni. Entrambe le specie, in particolare la ninfea azzurra (chiamata anche loto blu), erano conosciute per avere proprietà farmacologiche e psicotrope, la ninfea azzurra emanava un intenso profumo. Sappiamo dai dati archeologici che soprattutto durante le Dinastie XVIII e XXI era costume deporre ninfee, anche in grande quantità, nei sarcofagi, (Ramesse II, Amenhotep I e altri sovrani furono seppelliti con fiori di ninfee). Erano fiori dal profondo significato religioso, magico e curativo, già presenti nei miti primordiali. La nostra Signora conosceva bene il valore simbolico della ninfea azzurra, che ad ogni sorgere del sole riemerge dall’acqua dello stagno perpetuando la sua capacità di vincere le tenebre, tanto da sceglierla, unitamente alla ninfea bianca, come potente protettrice nel suo ultimo viaggio verso i luminosi e paradisiaci “campi dei giunchi”.

 

Tags: Asti, Egitto, sarcofago

 


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