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Il marchio Astigiano

di: Laurana Lajolo

Asti città e il suo territorio hanno bisogno di progetti innovativi, che sappiano anche rivitalizzare le tracce storiche e le tradizioni.

Molti comuni si stanno organizzando per favorire flussi turistici come conseguenza delle attrattive enogastronomiche, ma manca ancora una strategia complessiva perchè l’Astigiano diventi un marchio  riconoscibile per le sue caratteristiche con offerte di visite e anche di residenze.

La provincia di Asti, costituita nel 1935 con territori delle province di Cuneo, Torino, Alessandria, non ha ancora acquisito il suo baricentro nel capoluogo designato, cioè nella città di Asti. L’economia e le abitudini sociali sono rimaste divise nei tre territori costitutivi. Sostanzialmente la provincia rimane divisa in area cuneese intorno a Canelli, nella parte Nord tendente al Torinese e nella parte Sud intorno a Nizza Monferrato verso l’alessandrino, con strutture economiche anche differenziate e con campanilismi non del tutto superati dall’omologazione in atto. Le appartenenze storiche hanno prevalso, dunque, sull’identità provinciale, mai conclusa. D’altro canto l’Astigiano è stato storicamente diviso tra signorie e domini diversi.

Nell’Ottocento e nel Novecento, però, la città capoluogo ha assunto il ruolo prima mercatale, poi dell’amministrazione pubblica e delle banche, e con l’industrializzazione si sono convogliati interessi in città. Dopo i processi di deindustrializzazione quelle funzioni si sono ridimensionate e, nell’ultimo decennio, si sono favoriti gli insediamenti dei centri commerciali in periferia con un depauperamento del centro storico e dei mercati cittadini, che hanno perso la funzione attrattiva, mentre il territorio vitivinicolo ha avuto un incremento economico, che, comunque non ha impedito lo spopolamento  e la riduzione dei servizi nei piccoli paesi.

La geografia sociale e economica del territorio provinciale è quindi in sofferenza di sviluppo con un degrado ambientale e urbanistico e carenza di posti di lavoro per i giovani. Per progettare la rivitalizzazione non basta il turismo giornaliero, ci vuole molto di più, ad esempio un’analisi storicizzata delle criticità e una prospettiva di valorizzazione culturale e sociale.

Il turismo in crescita pone la domanda: cosa chiedono gli italiani e gli stranieri che vistano la città e un territorio come i nostro? Cosa possiamo offrire di caratterizzante, oltre i soliti confronti con Alba?

Credo che si potrebbe giocare su due poli, da un lato la tradizione culturale, che significa racconto storico e patrimonio museale, e dall’altro l’innovazione di pianificazione della città e del territorio secondo i parametri della sostenibilità, della tutela dell’ambiente e della qualità della vita con i relativi servizi di cura.

Per il capoluogo significa meno auto e più alberi, la riorganizzazione delle funzioni urbane, il potenziamento della formazione e della ricerca in campo scientifico e culturale in senso lato, l’apertura al nuovo e a ciò che è “fuori le mura” al di là dei gruppi elitari, che gestiscono di fatto la città.

Per i comuni rurali sono necessari l’estensione dei servizi necessari gli standard di vita attuali, da internet ai trasporti, dai negozi di vicinato ai servizi assistenziali territoriali alle scuole (smantellate), creando nuove residenzialità e nuove opportunità di lavoro in agricoltura e nella conservazione dell’ambiente, ma non solo.

Il mercato immobiliare potrebbe essere implementato nei paesi come avviene in piccoli borghi del Sud, dove, trasformando le case vuote in alberghi diffusi, si sono creati anche dei posti di lavoro, oltre che valorizzare il territorio e avere un’immediata ricaduta economica.

Alcuni stranieri, apprezzando le nostre colline, hanno acquistato case, scelte individuali che indicano un possibile trend se opportunamente gestite.

I “nuovi” residenti ristrutturano le loro residenze con piscina, ma rimangono estranei alla vita del paese. Spetterebbe alla comunità, rivitalizzata nel senso che dicevamo prima, includere quelle persone ricordando tradizioni di ospitalità e patrimoni storici da rivisitare. Ci sono leggende, memorie, storie, edifici che hanno costituito l’identità del luogo e che ora, al di là della sagra, gli stessi abitanti non conoscono più, abituati ormai all’omologazione.

Abbiamo un paesaggio dichiarato patrimonio dell’Umanità e l’Astigiano deve cominciare a sfruttare la sua situazione logistica centrale dei 6 siti dei Paesaggi vitivinicoli UNESCO. Canelli e a Nizza Monferrato si propongono come riferimento del territorio circostante e Asti deve orientarsi consapevolmente ad essere il capoluogo dell’Astigiano, proponendo un’identità plurale ma coesa.

Un paese ci vuole, scriveva Cesare Pavese, per non essere soli, ma ora nei paesi, che invecchiano e si spopolano, si può conoscere la solitudine di mancanza di comunità, che invece andrebbe “coltivata” nelle sue radici originarie.

Tags: turismo, Laboratorio città

 


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