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La consolazione di un giardino

di: Franca Mollo, Castello di Morsasco

In questi giorni di coronavirus poter godere di un giardino è una grande consolazione: lo è sempre ma, ora, avere il tempo di prendersi cura del giardino porta pace e serenità e allontana dal continuo brusio di parole, pensieri sempre uguali e monotoni che i mezzi di informazione diffondono e che si riverberano come un eco ovunque.

Così, in questi giorni di calma, ho avviato i lavori di giardinaggio: lunedì ho piantato le dalie.

Prima di arrivare al castello di Morsasco, dove oggi vivo, non amavo le dalie: dai colori troppo sfacciati e soprattutto quel loro bisogno di sostegno, di essere legate a qualcosa per non precipitare verso il suolo me le rendeva particolarmente invise. Poi qualche anno fa, mia madre mi ha dato dei tuberi e mi ha detto: perché non li pianti? vedrai che, in autunno, quando non ci saranno più fiori sarai contenta di avere qualcosa di fiorito in giardino. Devo dire che mia madre aveva ragione: la fioritura della dalia arriva fino alle porte dell’inverno, è sempre copiosa, generosa e illumina il giardino che ormai sta scolorendo. Così le dalie sono tornate a rivivere nel giardino del castello; scrivo a rivivere perché, probabilmente, c’erano già in passato. La dalia è stata una delle maggiori protagoniste del giardino dall’800 in avanti. Oggi gode di minor fortuna anche se, in taluni giardini, fa ancora bella presenza di sé come a Villa Taranto, a Pallanza, dove, ogni anno, viene creato un labirinto di dalie veramente notevole.

A Morsasco, nel mio wild garden, le ho inserite a modo mio: non le sfoltisco, non le cimo, le lascio crescere ‘rambler’, senza alcuno sostegno così vanno a creare dei bellissimi giochi e forme di colori con altre piante, come con le ortensie quercifolia che, a fine estate, danno il meglio di loro con le bellissime foglie color ruggine.

Il castello di Morsasco non ha mai avuto propriamente un giardino: in origine, a inizio 1200, era un grande dongione con torre quadrangolare addossata circondato da un fossato con ponte levatoio e cerchia muraria difensiva. Nel Cinquecento viene ingrandito: l’area del fossato viene inglobata in nuovi spazi residenziali. Solo all’ingresso rimane una vestigia dell’antico sistema difensivo con un ponte levatoio interno e con il sottostante fossato, in cui defluisce ancora l’acqua in casi di pioggia eccezionale. All’esterno, dove oggi c’è la terrazza panoramica con il giardino, a inizio secolo scorso, era ancora in gran parte occupata dalla filanda e dalla bigattiera. Costruzioni fatte abbattere dal marchese Pallavicino, probabilmente, per ampliare il giardino dopo il 1920. Il giardino, come lo vediamo oggi, ha poco meno di 100 anni, ma dell’impianto del tempo rimane poco, se non qualche pianta: le syringhe, due roseti, un grande gelsomino, due enormi glicini, i filadelfi, la forsizia, la vecchia peonia, le viole di vari colori tappezzanti con le pervinche e le edere variegate. Ma la presenza più strepitosa è uno splendido esemplare di ippocastano, che colpisce per imponenza e forma: è lui il vero signore del castello che in ogni stagione stupisce per la bellezza del portamento e per la forza che comunica.



Tags: territorio, coronavirus, giardini

 


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