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Riflessioni sui cambiamenti climatici

di: Beppe Rovera, giornalista

Con Casaclima abbiamo camminato per diversi anni: trasmissioni in diretta dal salone di Bolzano, collegamenti da cantieri, confronti in studio, inchieste, servizi. Un fronte da marcare stretto quello di chi prima di tutti aveva indicato un percorso per cominciare a contrastare in maniera concreta gli effetti del riscaldamento globale: cominciando dall'edilizia, dal costruire edifici non più energivori, e finendo per determinare anche un salto culturale, mutando gli stili di vita stessi delle persone. Tutto mentre si susseguivano i vertici mondiali, le conferenze in cui si svisceravano dati e indicavano prospettive tremende senza però mai riuscire a incidere con scelte comuni per invertire una rotta suicida per la nostra vita sul pianeta. 

Disastri ambientali

È uscito un bel romanzo di Gerardo Greco, Guerra calda, l’ho presentato con lui al Circolo dei Lettori, in cui si ricostruiscono i retroscena dei fallimenti internazionali sul clima. Parte dal ‘99, quando due ricercatori russi tornano da una spedizione in Siberia dove hanno sezionato migliaia di tronchi di larici fossilizzati scoprendo dati molto inquietanti riguardo al riscaldamento del pianeta e all’evoluzione dei cambiamenti climatici. Dieci anni dopo, quella ricerca è alla base della Conferenza ONU sul clima. Ma ci si mettono di mezzo hacker e ladri di documenti, la conferenza fallisce e le lobby contrarie al controllo delle emissioni passano al contrattacco. Altri dieci anni e nel 2018 tre disastri ambientali, la tempesta perfetta nelle Dolomiti, il grande incendio della California e l’urgano Florence si occupano di confermare nel modo più concreto e terribile le conclusioni dei due ricercatori russi. Insomma: riandando ai tanti appuntamenti che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni nel mondo si conclude che si è perso soprattutto del tempo, che la corsa verso il baratro ormai confermata dalla totalità della comunità scientifica internazionale (a parte una minima parte di cosiddetti negazionisti, peraltro neppure esperti della materia a dire di chi ha le competenze per valutarlo) poteva essere in realtà fermata o invertita in tempo già quando quei due ricercatori lessero nelle sezioni dei tronchi degli alberi fossili i cambiamenti del clima. 

Convenzione ONU di Madrid

Ed è interessante leggere nei documenti preparatori alla Convenzione quadro dell’Onu - prevista a Madrid dal 2 al 13 dicembre - della "profonda preoccupazione per il crescente impatto dei cambiamenti climatici sul deterioramento della biodiversità globale così come sulle risorse idriche e sugli ecosistemi"; e della preoccupazione anche per le relazioni stesse dell'ONU considerato che i contributi stabiliti a livello nazionale rapportati all'evoluzione attuale dei gas serra rimangono ben al di sotto di quanto richiesto per rientrare negli obiettivi di lungo termine firmati con l'accordo di Parigi nel 2015.

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici fu sottoscritta e firmata nel 1992 ed è entrata in vigore due anni dopo con l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni dei gas alteranti a un livello tale da prevenire pericolose interferenze antropogeniche per il sistema atmosferico. Ma va detto che finora, a fronte di molte intese, da Kyoto ‘97 a Parigi 2015, poco o nulla è stato fatto in concreto. E anche l’accordo di Parigi, definito dai media “storico” per arrivare ad una consistente riduzione dei gas climalteranti, giace ...sulla carta. E se pensiamo che dal 1992 le emissioni globali di gas serra non si sono ridotte, ma sono aumentate del 37%, e che negli ultimi 25 anni si è registrato quasi tutto l’aumento di un grado della temperatura globale del pianeta dell’ultimo secolo, il quadro appare davvero allarmante.

Il clima globale sta cambiando abbastanza velocemente. L’atmosfera terrestre intrappola sempre più energia a causa della crescente concentrazione di gas serra. L’anidride carbonica, che è il principale gas serra ha raggiunto il livello di 410 ppm (parti per milione; era di 356 nel ‘92). E’ il livello più alto mai raggiunto negli ultimi 800 mila anni (come risulta dalle ricerche in Antartide). Ed è il livello più alto mai raggiunto negli ultimi 20 milioni di anni (come risulta dalle ricerche geologiche e paleoclimatiche). Per ritrovare valori attorno a 400 ppm o superiori bisogna tornare indietro nel tempo al mesozoico (oltre 60 milioni di anni fa) quando però non esistevano gli esseri umani (comparsi solo qualche milione di anni fa e l’Homo sapiens, solo 100-150 mila anni fa).

L’estremizzazione dei fenomeni metereologici

E la maggiore energia che si genera in atmosfera si trasferisce in gran parte, sotto forma di calore nei mari e negli oceani (che si stanno riscaldando e acidificando), sulle aree continentali (dove si modifica la biodiversità, aumenta la desertificazione e diminuisce la disponibilità di acqua), e sulle aree polari (dove i ghiacci si fondono). La parte di energia che rimane in atmosfera accelera e amplifica i processi energetici dell’atmosfera stessa, sia quelli di tipo termo-dinamico, come il ciclo dell’evaporazione, condensazione, precipitazione, sia quelli di tipo dinamico e cinetico, come le correnti aeree e il vento.  

In altre parole la maggiore energia disponibile in atmosfera porta ad un’estremizzazione dei fenomeni meteorologici, con l’aumento dell’intensità e della frequenza di fenomeni quali alluvioni e siccità, ondate di caldo e di freddo, e le varie tempeste (uragani, tornado, trombe d’aria, ecc.). Eventi meteorologici estremi come quelli registrati anche in questi giorni in Italia, che sembrano “eccezionali”, perché riferiti al clima del passato, sono purtroppo destinati a diventare una “normalità” se ci riferiamo al clima dl futuro. Dobbiamo bloccare la crescita dell’energia nell’atmosfera che significa che dobbiamo bloccare la crescita dei gas serra che si accumulano in atmosfera, tagliando drasticamente le emissioni climalteranti come quelle di anidride carbonica, la maggior parte delle quali provengono dalla combustione di combustibili fossili.

Le strategie egli esperti 

Gli esperti indicano due strategie distinte da intraprendere in questa battaglia: la strategia della mitigazione e la strategia di adattamento. 

  • La strategia di mitigazione agisce sulle cause dei cambiamenti del clima ed ha l’obiettivo di ridurre le emissioni provenienti dalle attività umane al fine di eliminarne l’accumulo di gas serra in atmosfera; accumulo che, per le caratteristiche che hanno questi gas di trattenere il calore (la radiazione infrarossa in particolare), determina uno spostamento dell’equilibrio complessivo del bilancio energetico del sistema climatico e, quindi, una variazione del clima. 
  • La strategia di adattamento agisce, invece, sugli effetti dei cambiamenti del clima e mira a prevenire e minimizzare le possibili conseguenze negative e i danni derivanti dai mutamenti attraverso la riduzione della vulnerabilità e dei rischi, sia quelli riferiti alla popolazione, sia quelli riferiti al territorio e alle attività umane sul territorio, sfruttando, ove possibile, le nuove opportunità di sviluppo socio economico che dovessero sorgere proprio con i cambiamenti climatici.

La strategia di mitigazione per essere attuata ha bisogno di accordi internazionali, come quello di Parigi del 2015 seguito al fallimento nel 2012 del protocollo di Kyoto; mentre la strategia di adattamento può essere attuata subito attraverso idonee misure di prevenzione e di protezione a livello nazionale e locale. Adattarsi non significa rassegnarsi all’ineluttabile: l’adattamento è fondamentalmente un’azione di prevenzione dei rischi e di protezione dell’ambiente, del territorio e del benessere socio economico e socio sanitario della popolazione. 

Azioni quali: 

  • proteggere le risorse idriche, utilizzando l’acqua in modo efficiente;
  • salvaguardare la produzione agricola aumentando la sicurezza alimentare;
  • pianificare il territorio e contro le conseguenze di alluvioni, frane, mareggiate e di altri eventi estremi;
  • proteggere la vita umana

rappresentano esempi di azioni di prevenzione che cercano di minimizzare i danni derivanti dal cambiamento del clima e dalla variabilità degli eventi meteorologici estremi, ma anche i danni derivanti dall’uso spesso non razionali delle risorse naturali.

E noi  che facciamo? 

Noi, Italia, dipendiamo ancora troppo dai combustibili fossili, siamo indietro nel ridurre le emissioni legate a trasporti ed edilizia: mentre sulle rinnovabili abbiamo grandi potenzialità ma siamo fermi e anche la nostra strategia per un piano d'azione efficace contro la crisi climatica va a rilento. Ce lo ha detto un rapporto pubblicato da Climate Transparency in vista del Cop 25 di Madrid; una ricerca cui hanno lavorato ben 14 organizzazioni specializzate analizzando 80 differenti indicatori circa le performance dei Paesi del G20 per contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1 grado e mezzo rispetto al periodo pre industriale. Un report che non fa sconti a nessuno perché nessuno fra i Paesi sotto esame è risultato realmente sulla buona strada per centrare gli obiettivi. Nel 2018 le emissioni di CO2 dei paesi del G20 sono infatti aumentate (del 1,8%) in tutti i settori, anche se i ricercatori non la mettono tutta sul pessimistico e lasciano intravedere una speranza per poter ancora invertire la rotta. 

Quanto all’Italia, beh: nonostante gli sforzi lungo la strada dell’Agenda 2030 di sostenibilità dell'Onu, da noi i combustibili fossili continuano a rappresentare il 79% del mix energetico del Paese. Al primo posto c'è il settore dei trasporti (31%), seguito da elettricità e riscaldamento (27%), agricoltura (25%), edifici (19%) e industrie (17%).  E se si può rimarcare in maniera positiva il fatto che le emissioni totali di gas serra in Italia sono diminuite del 18% (dal 1990 al 2016, escluso l'uso del suolo), questo dato viene però evidenziato come ancora "troppo basso" nel difficile percorso per salvaguardare il Pianeta.  

Così come se è indiscutibile che abbiamo fatto grandi sforzi nel campo delle rinnovabili, che arrivano a toccare un 40% circa del mix energetico, per i ricercatori non abbiamo messo in campo tutte le vere strategie vere per arrivare al 100%. E si critica pure la bozza del Piano nazionale per l'energia e il clima dell'Italia che di fatto non aumenterebbe l’impegno innovativo con investimenti lenti sino al 2024 e arrivando quindi impreparata alla scadenza del 2025 quando dovrà aver tagliato le sovvenzioni ai combustibili fossili.  

Interventi

Che fare, allora? Le indicazioni riguardano proprio il taglio delle sovvenzioni ai combustibili fossili entro e non oltre il 2025, applicando la carbon tax, rivedendo il sistema dei trasporti, cercando - ad esempio dal settore merci - di abbassare drasticamente le emissioni entro il 2050 e favorendo programmi a lungo termine per ridurre la domanda di auto private e favorire invece i trasporti pubblici, intensificando il car sharing e il ricorso a mezzi non inquinanti.  

Così come sviluppando una vera e propria strategia per la ristrutturazione degli edifici esistenti in termini di efficienza energetica raggiungendo tassi significativi di interventi: almeno il 5 per cento annuo entro il 2020. O creando nuove foreste come serbatoio green così da rimanere entro il limite stabilito del grado e mezzo di aumento di Co2. Tra l’altro una direttiva europea stabilisce che gli edifici pubblici già oggi costruiti devono obbligatoriamente essere a energia quasi zero Nzeb. E per gli edifici privati la scadenza è alle porte, il 2021

Lo dicevo in apertura, nel mio vagare per l’Italia ho potuto verificare quanto le nuove costruzioni e le ristrutturazioni abbiano seguito standard qualitativi elevati, Casa clima A o Gold, case passive, edifici classificati A4, A2, A3, A1 su cui però i controlli di correttezza non sono sempre puntuali. C’è stato anzi un tempo, nei primi anni duemila, in cui c’era entusiasmo dilagante, venivamo chiamati da diverse parti del Paese a documentare, mostrare quanto bene si stesse operando sul fronte della progettazione, dell’utilizzo di materiali innovativi, del ricorso a impianti fotovoltaici, solari, mini eolici. Oggi si hanno linee guida precise, chi interviene su un edificio ha parametri cui attenersi: c’è bisogno di incentivare ancor più i processi, di rigenerare tutto inseguendo il bassissimo consumo.  

Più volte ho sentito ribadire come sia fondamentale una azione di conoscenza dei problemi ambientali ed ancor più un’operazione di consapevolezza individuale e collettiva dei rischi, degli effetti negativi e dei danni che si corrono e di come possono essere affrontati con la prevenzione e la protezione.

Per non ritrovarci impreparati a ogni evento più o meno eccezionale. 

In un bell’articolo su “Avvenire” dei giorni scorsi Pietro Laureano, architetto che ben conoscete, notava che …”Quanto accade a Venezia, quanto accaduto a Matera ci sconvolge, così come le piogge torrenziali, le bombe di neve in Alto Adige, le trombe d’aria, le inondazioni improvvise, le frane, i dissesti idrogeologici, fenomeni amplificati dalla grave situazione dei suoli. L’agricoltura industriale ha occupato grandi spazi per la monocoltura con irrigazione e fertilizzazione artificiali. E si è frantumato quel paesaggio a mosaico fatto di terrazzamenti, muretti a secco, varietà coltivate, filari di alberi, drenaggi che proteggevano il terreno e conservavano l’acqua. Con l’urbanizzazione si sono svuotate le montagne, spazzati via i presidi umani all’erosione, generato vaste superfici cementificate sulle coste e sulle pianure, ostacolando l’assorbimento delle acque. … Nessuno può più dirsi al riparo: Firenze, Venezia, Matera, Milano…”

Ancora: “Oggi bisogna ripensare completamente il sistema di gestione delle acque: invece di concentrare e canalizzare occorre captare, frammentare, riciclare. Non pianificare più la città come estensione bidimensionale, manto cementificato che impermeabilizza e snatura il suolo, ma ragionando in verticale, considerando gli interscambi ecologici con l’atmosfera, il suolo, il sottosuolo. Progettare metodi naturali di bonifica di acque inquinate da restituire alle zone agricole e alle stesse aree urbane. Raffrescamento naturale e geotermico, raccolta idrica e ripascimento delle falde, sistemi drenanti, verde pensile, pareti vegetali verticali che diventano giardini urbani…” 

Sviluppo sostenibile non crescita

E dunque, c’è da cambiare orizzonte, mutare registro tutti insieme: a cominciare dal prendere coscienza che crescita socio economica e sviluppo socio economico sono termini spesso usati come sinonimi, ma van distinti: crescita sta per espansione, aumento, incremento; sviluppo vuol dire evoluzione, trasformazione, miglioramento. La crescita economica e socio-economica non può andare all’infinito nella realtà: solo con un’estrapolazione teorica filosofica si può ipotizzare una crescita infinita fantastica. Sul nostro pianeta reale - insistono molti studiosi - la crescita economica e socio-economica è comunque finita e non infinita, anche se la si volesse dipingere di verde ed etichettare come ecologica, perché il nostro pianeta non ha risorse infinite, ma finite e limitate. 

Lo sviluppo economico e socio-economico può, invece, essere infinito e illimitato se attuato come progressivo miglioramento tenendo conto dei vincoli naturali sulle risorse finite; si chiama sviluppo sostenibile, dove la sostenibilità è riferita ● al territorio, ● all’ambiente, ● alle risorse naturali (sostenibilità ambientale: ambiente terrestre e marino, acqua e risorse idriche, clima);  ● alla popolazione e ● alla organizzazione sociale (sostenibilità sociale: bisogni, diritti, salute, istruzione, giustizia, ecc.); ● alla economia ed al lavoro (sostenibilità economica: produzione e consumi, innovazione tecnologica, investimenti ...)

Il rapporto del Club di Roma

Quel che peraltro aveva previsto, giusto 50 anni fa, il Club di Roma, quel gruppo di ambientalisti, scienziati, economisti che si riunì per due giorni a metà ottobre per avvertire: siamo precipitati nella sesta estinzione di massa della storia del pianeta, la prima causata da una sola specie. L’aveva fondato Aurelio Peccei con Alexander King considerando, per la prima volta, come lotta alla povertà, crescita, cambiamenti climatici, inquinamento, iniqua distribuzione della ricchezza, lavoro, istruzione fossero questioni strettamente connesse, da affrontare con un approccio sistemico ai problemi.

Nel suo ultimo report il Club avverte: quasi 8 miliardi di esseri umani già adesso hanno bisogno delle risorse prodotte da due pianeti Terra. “Umani e animali da allevamento - scrivono - costituiscono il 97% del peso di tutti i vertebrati viventi sulla Terra; buona parte del restante 3% (tutti i mammiferi, pesci, anfibi e rettili) oggi come oggi non ha molte probabilità di scampare all’estinzione». 

Ancora: «Quando il Rapporto “I limiti dello sviluppo” è stato scritto - si legge ancora - gli esseri umani erano 3,5 miliardi. Oggi sono 7,6 miliardi, il 117% in più in mezzo secolo. Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera sono cresciute da 322 a 410 parti per milione (un aumento devastante, che ha appena prodotto i tre anni più caldi in assoluto della storia della climatologia: 2014, 2015 e 2016, un’impressionante tripletta). Gli abitanti delle città sono passati da 1,3 miliardi a 4, cioè sono più che triplicati (+ 207%) e le megalopoli con più di 10 milioni di abitanti sono passate dalle tre del 1968 (New York, Shangai e Tokyo) alle 22 attuali”.  

Non solo, ma alla crisi ambientale globale si sono aggiunte in questi ultimi due decenni quelle sociali, politiche e morali. “Miliardi di persone - nota il Club di Roma nel suo ultimo rapporto - non hanno più fiducia nei loro governi e nella politica, crescono i populismi aggressivi, la povertà si è allargata e approfondita in molti Paesi del mondo. Valutare il successo di una società in termini di PIL è sempre più inadeguato, anche per misurare la crescente diseguaglianza tra ricchi e poveri. La massimizzazione del profitto e la salvaguardia del Pianeta sono in un conflitto ormai insanabile».

Insomma: “Stiamo andando a sbattere”.  

Possiamo ancora farcela? Si, ma dobbiamo smettere di regalare soldi agli inquinatori, fare politiche di tornaconto elettorale, investire invece in un’economia capace di dare più lavoro e più sicurezza proprio nell’ottica lungimirante della conversione ecologica. Nel mare di dati del rapporto del Club di Roma ci sono anche i sedici miliardi di euro che ogni anno, secondo le stime ufficiali del governo italiano, vanno a sostenere attività ad elevato impatto ambientale. Tanti soldi, uno scandalo peggiore di quelli che alimentano tante polemiche che confluiscono quotidianamente su giornali, radio e tivù. Ma non se ne parla? 

 

 

Tags: ambiente, cambiamenti climatici, Laboratorio città

 


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